Al ristorante Il Portico, nel ghetto ebraico

Mangiare al ghetto ebraico di Roma é sempre un impresa, ci stiamo sedendo a tavola che sono le 15:30 ed abbiamo scelto uno dei posti più economici e turistici che ci sono, perché negli altri la fila è astronomica. Il locale si chiama ristorante Il


portico e si trova proprio al centro del ghetto in via del Portico d'Ottavia.
I tavoli sono tutti attaccati tra loro ed i camerieri per separare i commensali li allontanano quando serve lasciando due o tre centimetri di spazio tra l'uno e l'altro. In pratica qui si mangia tutti insieme, tra persone provenienti da ogni parte del mondo.

Il pane che ci servono è fresco e cotto a legna, dato l'orario e la fame lo aggredisco subito per combattere i morsi della fame.
I camerieri sono un misto tra romani, napoletani, indiani e marocchini, in modo da poter comunicare agevolmente con ogni genere di clientela.

Nel menù ci sono un infinita di primi piatti, con spaghetti classici, tonnarelli freschi, strozzapreti ed altri formai di pasta cucinati in tutte le salse.

Saltando i classici piatto della cucina romana che si possono preparare agevolmente anche a casa proviamo a scegliere qualcosa tra le specialità del menù.

Io ordino la coda alla vaccinara mente Simona decide di prendere una cacio e pepe con cicoria.
Chiaramente aggiungiamo all'ordine due carciofi alla giudia, siamo al ghetto e non possiamo esimerci da quest'obbligo morale.

Il sole sta lentamente invadendo tutto il nostro tavolo ed ora sta cucinando per bene il mio viso.

Faccio un salto al bagno che è così sporco per terra da sembrare quello del McDonald, capisco il via vai di gente ma una passata di straccio ogni tanto io la farei.


Quando ritorno al tavolo finalmente arrivano i nostri piatti.
La coda è immersa in un sugo rosso che al sole sembra quasi fosforescente. Lo assaggio subito con un pezzo di pane e lo trovo buono, molto saporito.
Anche la carne è buona e tenera, si scioglie in bocca che è una meraviglia.  
So bene che sto mangiando un piatto molto grasso e calorico che digerirò dopo un paio di giorni ma alcuni piatti sono così piacevoli che fingi di non pensare a quanto possano far male, tutto ciò che è buono non è mai sano.


Per correttezza assaggio anche la cacio e pepe dal piatto di Simona che sembra avere un bell'aspetto, non è troppo secca ed i tonnarelli sono al perfettamente al dente. E’ piacevole ma torno ad occuparmi del mio piatto immerso nel rosso più intenso che mai.

Con una perizia incredibile ripulisco dalla carne, la cartilagine ed il grasso tutte le ossa presenti, lasciando nel piatto solo il sugo con qualche residuo di carne.
Prendo il pane e mi concentro in una minuziosa scarpetta finale.
Non andranno sprecati nemmeno un chicco d'uvetta, un solo pinolo o un grano di pecorino romano misti al denso sugo di pomodoro.

Dopo questi due piatti siamo soddisfatti, mancano solo i carciofi alla giudia con cui chiudere quel buco lasciato apposta nello stomaco.
A sorpresa però, i carciofi che ci vengono serviti sono quattro e non due come avevamo chiesto, hanno capito che intendessimo due porzioni.


Facendoci coraggio ed affrontando un immane sforzo cominciamo a mangiare i carciofi, foglia per foglia. Le foglie sono croccanti e saporite ed il torso finale rappresenta l’apoteosi del gusto, tenero e succoso. 
Naturalmente finiamo tutti i carciofi, sentendoci poi in colpa per aver mangiato tutta quella frittura. Cucinati così non sono proprio un cibo dietetico consigliato come verdura di accompagnamento a fine pasto.

Con la pancia piena chiediamo il conto, che è di 46,50€ in due, quei carciofi in più devono averlo fatto lievitare un pochino da quanto previsto.
Vado alla cassa a pagare e come sempre mi tocca chiedere la ricevuta per ottenerla, un abitudine un po' troppo diffusa qui a Roma ed in italia in generale.
Meno male che questi piatti facevano parte un tempo della cucina povera romana, se così non fosse stato ci sarebbe stato bisogno di un prestito bancario.

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