Taverna Sacchetti - Roma


Ci siamo svegliati presto in questa strana domenica d'inverno. Il cielo era coperto da nuvole poco promettenti ed un bel giro in moto diventava improponibile.
Così presi dalla svogliatezza di cucinare qualcosa abbiamo deciso di attendere l'ora di pranzo cazzegiando per poi trascinarci fino ad una trattoria molto rinomata su TripAdvisor, che disterà da casa nostra qualche chilometro.
Le strade erano deserte ed il clima freddo di pochi giorni fa sembrava un lontano ricordo. La trattoria scelta per il pranzo era la Taverna Sacchetti, in via della Pineta Sacchetti 436 a pochi passi dal policlinico Gemelli a Roma.


Appena entrati ci siamo subito sentiti a nostro agio, il locale è piccolo e sviluppato in lunghezza, i tavoli sono apparecchiati con tovagliette bianche di carta e le posate ed i bicchieri sono normalissime, senza pretese di stupire come in qualsiasi casa privata.



Sul fondo del locale si nota una piccola porta aperta sulla cucina e proprio sopra questa porta una scritta recita in romano recita:"".
Un televisore, sospeso nell'angolo in alto a sinistra trasmette le partite di campionato. Subito sotto c'è un vecchio bancone con un enorme contenitore metallico di quelli per conservare e mescere il vino ed una vecchia credenza.



Il cameriere è cordiale ed amichevole, ci lascia scegliere il tavolo e ritorna con il pane e l'acqua, poi ci chiede se vogliamo il vino e tentati dalla botte di metallo lasciamo che ci porti mezzo litro di vino rosso.
Non si parla di prezzi, ne esiste un menù, tutti i piatti vengono recitati a memoria dal cameriere che spesso dimentica di elencare qualcosa.
Azzanniamo subito il pane presi dalla fame ed assaggiamo il vino che si presenta, come dicono qui a Roma, "bello ignorante". Ignorante sarebbe a dire che è forte e poco delicato, solido e grezzo, di certo non raffinato, è di sicuro un vino da pasto perfetto per la trattoria.
Il cameriere ci elenca subito i primi, nemmeno accenna agli antipasti, cosa che mi sorprende positivamente, era ora che una trattoria si preoccupasse di fare la trattoria ed evitare i convenevoli che solo a ristorante hanno un senso.
Hanno la pasta fatta in casa, ravioli con ricotta e spinaci o tagliatelle. I ravioli li fanno al sugo o burro e salvia, le tagliatelle le fanno cacio e pepe, con il ragù, alla Gricia ed in tutti altri modi che ora non ricordo. Inoltre c'erano carbonara, matriciana e tutti gli i piatti tipici romani.
Alle spalle di Simona due simpatiche signore inglesi mangiavano i ravioli con tanto entusiasmo che mi hanno costretto ad ordinarli, invece Simona ha preferito un classico piatto di tagliatelle cacio e pepe.
E' passato pochissimo dall'ordinazione a quando i nostri primi erano già fumanti sul tavolo in attesa di essere consumati.



Ho provato la cacio e pepe di Simona che mi è sembrata una cacio e pepe. Delicata, non troppo condita e soprattutto non salata.



I ravioli erano conditi con un sugo fresco, il ripieno era morbido e dal gusto leggero, sembrava di mangiare a casa, dove non si esagera mai con i condimenti per non rendere i piatti stucchevoli.

Mentre finivamo il primo avevamo già ordinato la cicoria ripassata per contorno e come secondi una bistecca ed una bella grigliata mista.



Le carni della grigliata erano tenere e gustose e le quantità generose, solo la salsiccia era un pochino salata. La cicoria era molto saporita e pure Simona sembrava soddisfatta dalla sua bistecchina.



Eravamo sazi e soddisfatti ma un commento su un carciofo alla Giudia che proveniva da un tavolo in fondo alla sala ci ha preso alla sprovvista. Dove saltavano fuori questi carciofi che non ci erano stati elencati prima dal cameriere?

Così indispettiti abbiamo subito chiesto spiegazioni ed un bel carciofo alla Giudia che ben presto è arrivato sulla nostra tavola.



Era la mia prima volta con un carciofo alla Giudia, lo osservavo mentre immobile e dorato riempiva lo spazio del suo piatto.
Sembrava un fiore seccato dal freddo dell'autunno. Guardando Simona come procedeva ho preso a staccare le foglie e mangiarle una per una con le mani. Sembrava di mangiare delle patate fritte aromatizzate al carciofo. Il gambo e la parte centrale erano invece corposi e morbidi come qualsiasi carciofo bollito ma molto più saporiti, merito della frittura che rende più buono ogni cibo.

Soddisfatti dal carciofo e mezzi ubriachi con un solo mezzo litro di vino della casa, abbiamo preso ordinato l'unico dolce che c'era, la crostata di ricotta e cioccolato.



Questa crostata è un dolce tipico romano, forse uno dei pochi dolci tipici di Roma che ancora si può trovare in giro nei ristoranti. Rispetto a quelle mangiate di solito era più rustica, meno dolce e con meno ripieno di ricotta, anche la cioccolata si sentiva appena, sembrava più una specie di pastiera napoletana alleggerita. Proprio queste caratteristiche rustiche hanno fatto si che io l'apprezzassi particolarmente.

Senza prendere caffè ed amaro abbiamo pagato 45€ in due, un prezzo onesto rispetto a quelli soliti di Roma, ne troppo basso ne alto che considerando la vicinanza con la nostra abitazione potrebbero rendere questo posto un abituè.

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