Ristorante Ad Hoc, Roma


Per festeggiare il traguardo di quattro anni e mezza insieme, il suo onomastico ed il suo primo stipendio, Simona, la mia compagnia ha voluto portarmi a cena in un posto speciale al centro di Roma.
Siamo andati dal ristorante Ad Hoc, in via di Ripetta 43, Roma.
Avevo sempre notato questo ristorante dall'aspetto elegante e caloroso passeggiando per le strade del centro ma non avevamo mai osato entrare per i prezzi non proprio economici.


Invece eccoci qui seduti ad piccolo tavolino quadrato in una sala accogliente piena di scaffali con vini di pregio e calde luci soffuse.
Simona ha scelto questo locale affidandosi alle recensioni di TripAdvisor ed ha prenotato un menu degustazione terra e mare.

La cameriera ci accoglie offrendoci del buon prosecco, un entree idea dello chef, un vassoio con vari tipi di pane tutti fatti in casa ed una ciotolina con olio d'oliva toscano. E' garbata, gentile e anche troppo professionale, cosa che mi crea un pochino di imbarazzo. Ci prende le giacche e le buste dello shopping e le porta via.


Quando si allontana fotografo subito la composizione nel piatto, è davvero bella da vedere. Ripuliamo i piatti in un baleno, e dico a Simona che l'ho trovato un tantino banale, lei mi guarda male e mi fa notare il mio eccessivo senso critico.
Sorrido mentre finisco il prosecco che già mi sta dando alla testa ed assaggio le mini pagnotte al peperoncino ed al curry. La seconda, quella al curry è geniale e buonissima, devo rubargli l'idea per stupire gli amici a cena.


Sono carini questi quadri ricavati sul muro con delle serie di bottiglie tutte uguali, hanno un certo effetto scenico, mi incuriosiscono distraendomi a leggere l'etichetta in legno che sovrasta ogni riquadro indicante il nome del vino.


La cameriera arriva con gli antipasti, hanno scelto per servirli dei larghi piatti di vetro con gli scomparti separati per ogni pietanza, di sicuro molto d'effetto ma che un tantino mi infastidiscono.
Da piccolo ho sempre odiato i piatti in vetro, quella semitrasparenza e quei colori scuri che si impastano con quello che c'è sotto il tavolo confondono lo sguardo che deve concentrarsi su quello che sta mangiando.
Ci dice di attendere il vino e si allontana. La Maître di sala ci porta due bei calici con un vino bianco, ci spiega nei dettagli cosa abbiamo nel piatto e ci parla del vino, della sua provenienza, la fattura e come si sposa con gli antipasti appena serviti.
Dopo aver terminato la spiegazione, ci ringraziamo a vicenda e si allontana.
Non capisco per quale motivo ci ringrazi, siamo noi a doverla ringraziare perché ci ha servito e dato una così eloquente spiegazione su quello che andremo a bere e mangiare.
Ho l'imbarazzo della scelta, non so dove affondare per primo la forchetta, poi decido di cominciare con l'invitante fritturina di calamaretti, freschissima e delicata, poggiata su un millefoglie di parmigiano e spinaci in una caramella di pasta fillo.
Il millefoglie è anche più buono dei calamaretti, saporito e deciso, forte di sale, rilasciato credo dal formaggio ma entusiasmante. Lascio da parte la caramella di fillo, per dedicarmi al resto.
Questa volta provo il fagottino di pasta fillo ripieno di asparagi e mozzarella. E' un equilibrio di sapore, delicato e gradevolissimo, certo non si tratta di mozzarella di bufala campana ma quella da sola avrebbe coperto gli altri sapori.


Di fianco al fagottino c'è un’ottima burratina, anche questa non troppo forte di sapore, la mangio con piacere con il pane fatto in casa. Scelgo quello più rustico che si adatta meglio al sapore dei latticini.
Il Sauvignon Vulcaia - Inama scende bene, non è delicatissimo come vino e soprattutto non è un rosso, cosa che non mi rende del tutto felice, mi da abbastanza alla testa e mi preoccupa dover cambiare altre tre volte vino fino alla fine della cena.
Passo al salmone affumicato in casa, servito su un pezzo di pan briosce, ottimo, si sente il sapore del salmone e non è affatto salato, quelli che si coprano confezionati lo sono maledettamente, il panbrioche è invece sbricioloso e devo inseguirlo nel piatto con la forchetta.
Non mi resta che quel carpaccio di filetto di manzo su di un letto di rucola con scaglie di parmigiano.
Non è troppo condito ma non serve che lo sia, è freschissimo, si scioglie in bocca e si taglia con la forchetta, è sublime ed ho fatto bene a lasciarlo per ultimo. Anche Simona è contenta, mi dice che si sente già piena, cosa che mi sembra impossibile, di sicuro è mezza ubriaca, le si legge in faccia, continua a scolarsi ogni volta tutto il bicchiere e non so per quanto possa continuare senza conseguenze.


Il locale è pieno, ci sono pochi tavoli liberi e mi stupisce notare che si tratta di soli stranieri, la sola coppia italiana in questa saletta siamo noi. Che ci fanno gli stranieri in un posto dove si mangia così bene, saranno davvero in grado di apprezzare questa cucina. Di solito li osservo seduti ai tavolini dei ristoranti del centro mangiare piatti e pizze ignobili con sguardi soddisfatti.
Deve esserci un’elite di turisti che apprezzano la buona cucina, oppure semplicemente sono così ricchi da scegliere questo locale per l'aspetto e l'atmosfera di classe.

Il tempo passa e ci servono i primi. C'è di nuovo il piatto di vetro con tre scompartimenti, in due di questi ci sono i primi, nel terzo una decorazione di abbellimento.
La meitrè con gentilezza ci porta un nuovo vino, questa volta è un rosé, incominciamo a ragionare, si chiama Rosato – Castello di Ama, ci spiega i piatti ed il vino e ci ringrazia.
Assaggio subito il vino, aspettavo con bramosia qualcosa di più rosso e secco. E' buono, intenso e secco ma allo stesso tempo fresco, l'aroma fruttato è inebriante, potrei restare ad odorarlo felice per delle ore piuttosto che berlo.


Decido di cominciare con il primo di pesce, mi preservo quello più forte di terra per dopo.
In un cerchio formato da due fettine di zucchina c'è un nido di spaghetti alla chitarra con calamaretti e zucchine, mi sorprende il gusto davvero deciso e quanto questi spaghetti sappiano trattenere il sugo. Sono molto buoni ma molto pochi, mi lasciano a bocca vuota quando cominciavo ad apprezzarli appieno.


Mi resta il secondo primo, i maltagliati con ragù di coniglio e pesto cotto. Anche qui stupore e gioia, il coniglio è così delicato da non infastidire la natura del piatto, il pesto è cotto per non coprire il gusto del coniglio e la pasta fa da sovrana, regna incontrastata nel piatto con il suo sapore. Con il pane cerco di recuperare i residui di sugo dal piatto, lo so che non andrebbe fatto ma io adoro fare la scarpetta e me ne frego delle convenzioni stilistiche.
Mangio un po’ di pane con l'olio toscano, sia l'olio che il pane sono talmente buoni che sarebbe un peccato non approfittarne.

Lentamente ed a fatica finisco il vino, sia io che Simona siamo abbastanza brilli e la cosa potrebbe pregiudicare la mia capacità di apprezzare il resto della cena.
E' ora di andare in bagno per riprendersi un attimo prima di passare ai secondi.


Con i secondi c'è finalmente un bel piatto bianco, posso osservare il cibo e trarne il massimo vantaggio visivo. Anche gli splendidi sottopiatti a mattonella marmorea nera sembravano soffrire quegli enormi piatti di vetro, ora possono contrastare il bianco del piatto e mostrarsi nella loro bellezza, li porterei via se potessi.
Questa volta il vino è un rosso, Le Difese – Tenuta San Guido, corposo e secco abbastanza per accompagnare dei secondi saporiti ma non è proprio il mio tipo. Non è di certo cattivo, diciamo che non incrocia i miei gusti.
Il saltimbocca ad hoc con carciofi in pastella è interessante, saporito e deciso, avvolto in fettine di San Daniele ed accompagnato da carciofi in pastella.
Apro un dibattito con Simona affermando che una volta cotto e condito a quel modo, sia impossibile riconoscere un San daniele da un altro prosciutto ma la discussione cade li, Simona è più fiduciosa e meno maliziosa di me su queste cose.
I carciofi sono ottimi, la pastella è delicata e spumosa, qualcosa mi dice che sia fatta con la birra.
Anche il pescato è molto buono, non riuscirei ad ottenere una crosta così senza frittura, gli spinaci sono buoni ed il letto di patate, anche se freddo ci sta sempre bene.
Non riesco a finire il vino ma non mi dispiace lasciarlo li e smetterla con il consumo alcolico.


Il dessert è un tris di creme brulee senza crosta, una ai semi di papavero, una semplice e l'ultima probabilmente alla cannella, accompagnato da un vino Passito: Aleatico - Marchesi Antinori.
La crema è buona ma ripetuta in tre varianti diventa noiosa per il palato che si aspetta anche qualcosa di solido o comunque differente.
Il vino invece è ottimo, non l'ho finito tutto per non aggravare la mia situazione ma se ne avessi una bottiglia a casa non mi dispiacerebbe da gustare a fine pasto. Dolce ma non troppo, liquoroso abbastanza e con un bel retrogusto tipico da barrique.


Ho chiesto un bel caffè per riprendermi un pochino e mi è stato offerto con dei deliziosi biscottini al cioccolato Bahlsen, che abbiamo finito in un baleno.

Non ci hanno offerto grappe o amari ma alla fine quando è arrivato il conto ci hanno fatto omaggio di una bottiglia di spumante Valmarone.
Il conto l'ha pagato Simona, io non avrei dovuto conoscerne l'ammontare, tuttavia, guardando sul sito posso dirvi che abbiamo pagato in due 150€ ma ne è valsa la pena, almeno per una volta di spendere così tanto.

Facebook comments

Post più popolari